Isoterma

La forma del silenzio

Vincenzo Pulin

Questo romanzo non immagina un futuro lontano. Interroga il presente.

Dopo il collasso climatico, il Nord Italia è diventato un territorio più silenzioso e frammentato, dove le istituzioni sopravvivono a fatica e la tutela del patrimonio culturale è affidata a iniziative individuali e reti informali.

Quando un dipinto scompare dalla dependance di Villa Barbaro, a Maser, Talia Ghedin arriva dalla laguna per aiutare l’amica Alessia Altan, che da anni custodisce opere salvate da musei e collezioni disperse. Il furto però non lascia tracce. Nessuna forzatura, nessun errore evidente, solo un’assenza precisa.

Nel tentativo di capire cosa sia accaduto, Talia incontra restauratori, galleristi, curatori e figure legate a un sistema ormai opaco, dove la conservazione dell’arte non segue più regole condivise. Tra indizi minimi e silenzi, l’indagine si trasforma lentamente in una ricerca più ampia: comprendere cosa significa custodire la memoria quando il mondo che l’ha prodotta sta scomparendo.

Capitolo 1

Linea di passaggio

Il cane non avrebbe dovuto guardarla.

Talia rimase immobile davanti alla parete, con il dispositivo luminoso ancora acceso in mano. Irono, il suo drone sferico, alle sue spalle registrava le figure dipinte sui muri. La villa respirava piano sotto il peso del caldo. Anche lì, tra pareti spesse e ombre colorate, l’aria era diventata densa, quasi vischiosa. I sensori avevano segnalato variazioni minime durante la notte. Microfratture. Dilatazioni. Nulla di irreparabile, per ora.

Il piccolo cane affrescato la fissava con un’attenzione silenziosa. Non era l’animale in sé, ma la continuità dello sguardo. Più di cinque secoli compressi in un punto preciso del muro. Come se avesse sempre saputo che qualcuno, un giorno, sarebbe tornato a controllare lo stato di conservazione di ciò che restava.

Osservò il ciclo degli affreschi. Il passo lento seguiva il perimetro della grande sala. Ogni tanto sollevava gli occhi verso la volta. Nella parete di fronte il paesaggio brunito si intravedeva dalla finestra incastonata tra viti rigogliose e colline verdeggianti. L’attenzione si posò all’altezza dello zoccolo, vicino al pavimento. Una serie di linee finissime si intravedevano rischiarate dalla luce radente del pomeriggio. Si diramavano verso il basso.

Inclinò il capo, attese un istante.

«Strane queste linee, non sembrano appartenere all’intonaco, e nemmeno al pigmento», si disse «Ma non sono qui per questo.»

Poi riprese a camminare, senza darne veramente attenzione. Ma la sensazione rimase. Qualcosa di non ordinario.

Fuori, la pianura era una distesa opaca. Le temperature avevano superato ogni soglia prevista dai modelli. I campi bruciavano in silenzio, le ville venete resistevano come reliquie di un ordine antico. Dentro quelle stanze il valore delle opere cresceva ogni settimana. Più il mondo si consumava, più l’arte diventava capitale. Non memoria, non bellezza.

L’amica l’aveva chiamata alcuni giorni prima. Un’anomalia nella sua collezione. Anche altri proprietari della zona avevano chiesto verifiche urgenti. Collezioni private, pezzi sottratti al pubblico da anni. Troppi spostamenti, troppi passaggi di mano. In un’estate come quella, anche l’arte si muoveva di nascosto.

Il cane non distolse gli occhi.

Talia fece un passo indietro. Non era suggestione. Era la sensazione netta di essere entrata in un campo di forze che non riguardava soltanto l’intonaco.

Era partita a notte fonda da Campo della Carità.

Equipaggiamento leggero. Pochi viveri, strumenti essenziali. Nello zaino il dispositivo olografico, batterie allo stato solido, cavi, piccoli attrezzi. Irono restava inattivo, chiuso nella tasca interna della giacca.

Si voltò verso il suo rifugio, come spesso aveva fatto ultimamente.

«Andiamo», sospirò.

Doveva imbarcarsi sul battello che collegava Nova Vèna a Padova risalendo il Brenta, o quello che ormai ne rimaneva.

La marea corrosiva aveva risalito il fiume per chilometri. In molti punti gli argini erano crollati. L’acqua si era presa i campi, le case, i magazzini bassi. Dove un tempo le coltivazioni arrivavano fino all’orizzonte e i capannoni industriali si ergevano fitti e austeri, restava un fondo di melma scura, maleodorante, attraversata da canali irregolari. Gli scheletri anneriti delle costruzioni lasciavano intravedere dove una volta passavano strade, vie di comunicazione, ferrovie.

La rotta era attiva da anni. Era stata istituita quando il mondo era già fragile, ma non ancora così instabile. Il punto di imbarco non era più a San Marco. L’area era stata inghiottita dalla marea verdastra e resa inaccessibile. Per salire a bordo aveva dovuto spingersi fino a Santa Lucia. In quel sestiere sapeva bene chi controllava i movimenti notturni.

Si ricordò di essere una preda.

Come tutte le altre.

Alzò il cappuccio. Irono scivolò più a fondo nella tasca. La maschera filtrante le copriva il volto, ma abbassò la testa lo stesso. Il passo rapido, il cuore che batteva forte. Superato il ponte degli Scalzi, volse appena lo sguardo alla sua destra, verso l’entrata della vecchia stazione, un brivido le scese per la schiena ma proseguì verso la struttura che un tempo era stata il Ponte della Costituzione. Ora lo chiamavano Nexus. Da lì sarebbe partito il battello.

Non era più il Burchiello delle fotografie e dei racconti. Non trasportava turisti, non costeggiava ville per intrattenere lo sguardo. Aveva uno scopo pratico. Dopo il crollo del Ponte della Libertà, Nova Vèna era tornata a essere un’isola. I collegamenti con l’entroterra avvenivano solo via acqua.

Il battello era un vecchio traghetto adattato. Propulsione ibrida, motore elettrico ricaricato da pannelli solari e accumulatori allo stato solido. La carenatura color crema era segnata da ampie zone ossidate. Dalle superfici corrose colavano linee di ruggine, macchie verdastre, rattoppi saldati in fretta. Lo scafo nero non stava meglio. A prua un cartello con scritta la destinazione e un grande leone di San Marco dipinto a mano.

Per il momento, però, galleggiava.

Il battello avanzava lento, non più controcorrente. Le luci di Nova Vèna si erano spente alle spalle come qualcosa da dimenticare in fretta. Davanti, la campagna emergeva a tratti dall’oscurità, illuminata a intermittenza dal faro basso e tremolante. Non era più un paesaggio. Era una sequenza di vuoti.

Rimase in piedi, appoggiata al parapetto arrugginito. Guardava senza cercare un punto preciso. Campi sommersi, argini sventrati, filari spezzati, scheletri in controluce. Case isolate, con i piani bassi murati o abbandonati. Allagati fino al primo piano. Ogni tanto una luce, debole, distante, come se qualcuno insistesse a restare visibile.

Si accorse che non provava più indignazione. Solo una forma di stanchezza lucida. Il mondo non stava crollando, si stava adattando. E lei con lui. Questo era ciò che la disturbava di più.

Intanto Irono registrava. Parametri ambientali, livelli di salinità, variazioni termiche. Dati coerenti, niente di anomalo. Tutto rientrava nelle previsioni. Era proprio questo a stringerle lo stomaco. L’eccezione era diventata norma. La distruzione, un valore accettato.

Lei aveva provato a cambiare quel mondo ma non c’era riuscita.

Pensò alle opere che avrebbe dovuto visionare, mettere in sicurezza, spostare se necessario. A quelle che non c’erano più. Non sapeva se fossero state distrutte, trasferite, vendute.

Ma l’assenza aveva un peso preciso.

Il battello vibrò leggermente sotto i piedi. Continuava a galleggiare, come tutto il resto. Non era resilienza, si disse. Era semplice permanenza. Restare a galla non significava andare da qualche parte.

Si tolse per un attimo la maschera. L’aria era calda, umida, con un fondo metallico che riconobbe subito. La rimise a posto senza fretta. Non c’era più nulla da respirare davvero. Il Brenta scorreva accanto allo scafo, torbido, quasi immobile. Un tempo segnava un confine. Ora era solo una linea di passaggio.

Abbassò lo sguardo sull’acqua. Adeguarsi non era una scelta. Era una condizione.

Quando la nebbia iniziò a sollevarsi, il battello era già in vista del molo d’attracco. Il mattino portava con sé un caldo innaturale, come se la notte non fosse mai calata davvero.

Erano passate cinque ore dall’inizio della rotta. Il pontile del Portello l’attendeva immobile, la scalinata logora che affondava nell’acqua scura. Le costruzioni ai lati reggevano a stento la propria struttura. Volumi deformati, travi esposte come costole. Il ponte era stato rinforzato con ferro e acciaio, ma anche questi cedevano al tempo, opachi, screpolati. Cavi tesi lo ancoravano a piloni conficcati alla meglio nel terreno, tra erbaccia secca e resti d’alberi neri.

Per raggiungerlo il battello aveva attraversato il sistema di chiuse più a valle. Un’area strappata alla marea, isolata, resa temporaneamente agibile. Almeno per un po’.

Scesa sulla terraferma, Talia avvertì una sensazione inattesa. Tutto le appariva fermo, compatto. Solido. Si voltò verso il battello mentre invertiva lentamente la spinta, simile a un animale che tentasse di liberarsi dalla melma. Poi il motore forzò l’uscita e lo vide allontanarsi, stanco come era arrivato.

Pensò che quello fosse l’ultimo contatto con Nova Vèna. Non sapeva quando l’avrebbe rivista.

«Ora dobbiamo andare a Maser», disse.

Irono rispose con un segnale breve. Calcolò posizione, distanza, tempi. Una mappa si aprì davanti a lei, l’itinerario segnato da tratti irregolari, zone d’ombra, deviazioni obbligate. La osservò senza soffermarsi troppo.

La zona risultava sotto controllo governativo. Lo era anche prima, si disse. Fece scorrere lo sguardo lungo la linea del percorso. In certi territori l’ordine non spariva. Si assottigliava. E lasciava spazio a chi sapeva muoversi nel vuoto.

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